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La terminologia tecnico-scientifica in lingua italiana. Alcune osservazioni sulla terminologia dell’informatica

Giovanni Adamo
Università di Roma (Italie)
Lessico Intellettuale Europeo

L’origine e il progresso delle nostre conoscenze
dipendono interamente dalla maniera
con la quale ci serviamo dei segni.
Condillac

I termini, come i concetti e gli oggetti che essi designano, contengono spesso richiami, allusioni, rinvii ad altri termini, poiché esprimono e rappresentano il flusso del sapere e la continua conquista della scienza. Ciò premesso, potremmo considerare un termine come l’espressione del patrimonio genetico di quelli che l’hanno preceduto e, insieme, la rappresentazione in nuce di innumerevoli designazioni che da esso potranno avere origine, fino a costituire un disegno complesso nel quale ogni punto raccoglie l’eredità culturale del passato e assume funzione prodromica nei confronti dei tratti successivi.

Ora, delineare un quadro della situazione attuale della terminologia tecnico-scientifica in lingua italiana è impresa non facile per diversi motivi. Tenterò di individuarne le ragioni, segnalando i contributi che sono stati forniti negli ultimi anni in questo settore e esponendo le linee di tendenza che sembrano configurarsi.

Le incisive trasformazioni avvenute in Italia dal secondo dopoguerra nei settori dell’economia, della produzione industriale e dell’organizzazione del lavoro, dei mezzi di comunicazione sociale, dell’istruzione scolastica e della formazione professionale, della ricerca scientifica e tecnologica hanno modificato visibilmente le strutture e le realizzazioni linguistiche dell’italiano parlato e scritto.

Gli studiosi di linguistica hanno seguito i fenomeni che si andavano producendo, cercando di indirizzare e orientare, per quanto possibile, gli usi linguistici che si sono via via affermati. Dai loro contributi si ottiene un affresco complesso e minuzioso, talora anche assai colorito, dell’evoluzione storico-linguistica della nostra nazione. Per chi fosse interessato a indagare più approfonditamente questo percorso, rinvio ad ampie e articolate segnalazioni bibliografiche (Beccaria 19834, pp. 54-59 ; Porro 19834, pp. 202-206 ; Dardano 1994 ; molti dei contributi pubblicati in Serianni-Trifone 1993-1994).

Occorre tuttavia riconoscere che "non sempre i linguaggi scientifici, specie nelle loro fasi recenti o attuali, hanno avuto tutta l’attenzione che meritano da parte di chi si occupa di studi linguistici. Formazione e interessi umanistici, nel senso più restrittivo, di molti linguisti pesano, ma pesa probabilmente ancor più l’opinione diffusa (e non solo tra gli umanisti) che i linguaggi scientifici siano una realtà a parte, isolata rispetto alla generale realtà degli usi di una lingua" (De Mauro 1994, p. 309). Si consideri inoltre la formidabile espansione della produzione di letteratura specialistica, al tempo stesso causa ed effetto di una settorializzazione sempre più analitica dei diversi campi del sapere.

Su due aspetti, in particolare, credo sia opportuno soffermare l’attenzione. Il primo consiste nella difficoltà avvertita nell’identificare e definire i contorni dello studio terminologico [1]. Il secondo, intimamente connesso al primo e forse sua diretta conseguenza, consiste nell’assenza di una sistemazione teorica della terminologia tecnico-scientifica in lingua italiana : non vi è insomma, finora, un’opera di riferimento o una scuola che si sia dedicata a rendere sistematici i problemi e le conoscenze teoriche connessi con l’attività e la prassi terminologica in lingua italiana.

Come è noto, i settori dediti in Italia alle attività di tipo terminologico sono molteplici, a testimonianza dell’interesse sociale, economico e istituzionale con cui si guarda al problema. Nella gran parte dei casi si tratta però di iniziative che privilegiano l’aspetto operativo, sia esso imposto dalle esigenze del mercato e dell’attività scientifica, o dall’irrinunciabile presenza italiana nelle sedi internazionali preposte alla normalizzazione terminologica o alle relazioni di tipo politico e amministrativo. Molte di queste iniziative, poi, hanno scarsa diffusione e incidenza sul piano nazionale e non sono dotate di linee direttive efficaci e di adeguati meccanismi di coordinamento. Specialmente nelle realtà più piccole, l’assenza di riferimenti e di informazione accentua la mancanza di criteri e di metodi omogenei nell’attività terminologica, costringendo spesso a dover reduplicare il lavoro già svolto da altri. E non basta addurre come giustificazione il fatto che le aziende più grandi custodiscano gelosamente la terminologia elaborata all’interno delle loro strutture.

Sappiamo che l’affermarsi, nel tempo, dell’italiano come lingua nazionale ha registrato un lento processo di unificazione della nomenclatura, in particolare per alcuni oggetti dell’uso comune, mentre certi settori determinanti per la loro influenza —quelli dell’industria e del commercio, dell’organizzazione del lavoro, della comunicazione sociale— hanno svolto un ruolo particolarmente attivo e significativo nell’accelerazione dell’unificazione terminologica. Anche il mondo della scienza e della tecnica, forte della spinta espansiva degli ultimi decenni e della considerazione diffusa di cui gode, ha dato un impulso notevole ai processi di divulgazione e di unificazione sul piano nazionale e ha contribuito in modo determinante alla tensione verso un’espressione linguistica sovranazionale e, soprattutto, alla convergenza internazionale della terminologia. [2]

Quest’ultimo fenomeno è da iscriversi, a mio avviso, all’interno di un più ampio processo di "globalizzazione", che, oltre al sapere scientifico, coinvolge l’informazione e ogni forma di comunicazione, sviluppandosi con progressione vorticosa. Ad esso si contrappone, ma non per contrastarne le linee di tendenza, un processo di "polarizzazione" [3] che, se da un lato offre l’occasione per l’affermazione di consuetudini e usi terminologici di portata regionale [4], dall’altro costituisce la base di quelle agglomerazioni spontanee che spesso si verificano, e che si sono conosciute anche in passato, attorno a un modo comune di sentire e di affrontare gli aspetti teorici e pratici di una disciplina di studio : qualcosa di simile alle "scuole di pensiero", anche se i legami non sono ancora così forti e connotati.

n un recente articolo, intitolato On diversity and terminology, M. Teresa Cabré, ricorrendo all’apparente provocazione posta dal concetto di "diversità" in rapporto a una disciplina che per sua natura tende all’unificazione, si è soffermata a considerare i fondamenti scientifici, i metodi, gli obiettivi, i criteri operativi e formativi della terminologia, sotto l’aspetto della loro diversificazione. Sono emerse così quelle tendenze che consentono di delineare "tre indirizzi applicativi fondamentali della terminologia, ciascuno dei quali parte da una concezione teorica specifica e produce un numero di prassi diverse :

1. le prassi legate alle tecnologie linguistiche, che si riscontrano soprattutto nell’Europa occidentale e centrale, sono orientate verso una standardizzazione concettuale e denominazionale, intesa a garantire una maggiore efficacia e accuratezza nella comunicazione professionale ;

2. una prassi basata sulla traduzione, presente nel lavoro degli organismi internazionali multilingui e nei paesi istituzionalmente bilingui o multilingui. Questo approccio tende a stabilire equivalenze terminologiche tra le diverse lingue, per orientare i traduttori nel loro lavoro ;

3. applicazioni ispirate ai criteri della sociolinguistica, in un quadro di pianificazione della lingua, che considera la terminologia come uno degli elementi fondamentali di ogni codice comunicativo. All’interno di questo terzo orientamento, uno degli obiettivi basilari dell’attività terminologica consiste nel sostituire termini importati da lingue di società tecnologicamente dominanti con forme già attestate o di nuovo conio conformi al proprio sistema linguistico" (Cabré 1995, p. 10). [5]

Chi ha consuetudine con lo studio della terminologia o con il lavoro terminologico riesce a cogliere la precisione e la sintesi con cui M. Teresa Cabré ha illustrato questi tre "indirizzi applicativi fondamentali della terminologia". Tuttavia, la realtà italiana attuale non consente, a mio avviso, di essere ricondotta a nessuno dei tre indirizzi o, più precisamente, in essa convivono elementi propri di tutti e tre. Non voglio sostenere con questo che la rigidità di uno schema classificatorio possa o debba tenere conto di tutte le situazioni particolari. Sono però convinto che in Italia, allo stato attuale, il dibattito teorico sulla terminologia non sia ancora in grado di determinare un orientamento pragmatico, sia pure generale e naturalmente non vincolante, sulle scelte da compiere e sugli obiettivi da perseguire.

Un peso certamente importante in questa situazione è da attribuire alla mancanza di una rigorosa politica linguistica, che in molti altri Paesi ha prodotto una forte sensibilizzazione dell’opinione pubblica e ha consentito di attivare risorse e iniziative nel campo della formazione di una figura professionale specialistica, quella del terminologo, oltre che nel settore della costituzione di repertori e strumenti terminologici. Gli sforzi finora compiuti e le realizzazioni conseguite mostrano ancora connotati rapsodici e evidenziano che, accanto ad aree di eccellenza, convivono realtà che avvertono il bisogno di un coordinamento efficace e di criteri ispiratori condivisi.

Profonda è infine la necessità di un "luogo di riferimento" nel quale possano convergere il contributo di esperienza e di autorità degli enti preposti alla normalizzazione terminologica (UNI e CEI) [6], l’indirizzo saggio e autorevole dei linguisti, l’intervento di specialisti nei settori della strutturazione tecnologica della lingua, della documentazione e dell’organizzazione concettuale della conoscenza, la competenza di quanti svolgono attività terminologica. A queste linee guida si ispira la costituzione del Centro Italiano di Riferimento per la Terminologia (CIRT), voluto e promosso dall’Associazione Italiana per la Terminologia (ASS.I.TERM) fin dalla sua costituzione nel novembre 1991. Il progetto del CIRT, disegnato da una commissione dell’ASS.I.TERM presieduta da Claudia Rosa Pucci (cfr. Rosa Pucci 1995b), è oggi affidato all’impegno edificatore dell’Istituto di studi sulla ricerca e documentazione scientifica del CNR (ISRDS, Roma), dell’Ente morale Giacomo Feltrinelli per l’incremento dell’istruzione tecnica (EMIT, Milano) e del Consorzio THAMUS per la linguistica computazionale (Salerno), coordinati da Giliola Negrini. Si tratta di un’iniziativa che consentirà di portare alla luce l’innervatura delle attività terminologiche in lingua italiana. Se, al superamento di questa sfida, si unirà l’auspicato apporto della Commissione ministeriale per lo studio e la gestione del patrimonio terminologico, costituita nell’aprile del 1994 dal Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica di concerto con il Ministro per la funzione pubblica e presieduta da Giovanni Nencioni, Presidente dell’Accademia della Crusca (cfr. MURST 1996), potrà consolidarsi l’ossatura di un sistema terminologico compiuto, che non mancherà di esercitare il suo influsso per un corretto sviluppo della terminologia tecnico-scientifica in lingua italiana.

* * *

Alcune osservazioni su un settore scientifico in costante espansione, quello dell’informatica, intendono offrire un contributo per delineare un quadro di riferimento dei problemi con i quali la terminologia italiana è chiamata a confrontarsi [7].

Occorre anzitutto chiarire che, nel caso dell’informatica, si riscontra un rapporto particolarmente difficile fra la terminologia ufficiale —attestata nelle pubblicazioni scientifiche, nei manuali, nei programmi e nei dizionari specialistici— e il gergo parlato nei centri di sviluppo del software e di elaborazione dei dati. La difficoltà di questo rapporto si manifesta attraverso una sorta di autocensura dei parlanti e sembra costituire una delle ragioni per cui l’italiano risulta in questo dominio meno produttivo di altre lingue europee : la terminologia informatica in lingua italiana appare spesso guardinga e tende a preferire il prestito più che il conio di nuovi termini.

È il caso di handle (s.), che nella lingua d’origine costituisce un tipico esempio di ridefinizione semantica di una parola della lingua comune e che in italiano viene recepito come prestito integrale, preferito agli equivalenti maniglia (s.f.) o appiglio (s.m.). In questo modo il valore denotativo originario del termine si affievolisce, mentre assume rilievo la valenza di tecnicismo esotico. Situazioni analoghe si riscontrano, per esempio, con hacker ("pirata informatico", che ha dato luogo anche alla formazione di hackeraggio, "pirateria informatica"), firmware ("software residente nel sistema") e provider (anche service provider o Internet provider, "fornitore di connessione Internet"). Da questi esempi si evidenzia come il prestito integrale possa rischiare di alimentare confusione o incomprensione, soprattutto in contesti divulgativi, ma anche come finisca per occultare la presenza del gioco linguistico, spesso attestata nella lingua d’origine anche mediante ridefinizioni semantiche : mouse ne è un esempio caratteristico.

In altri casi si preferisce adottare l’equivalente letterale : window, call e network sono resi rispettivamente con finestra, chiamata e rete, accolti con favore generale, nonostante la presenza del sistema operativo Windows, del comando call del sistema operativo MS-DOS, e del suffisso -net (abbreviazione di network) in molti programmi applicativi. Forse proprio queste denominazioni favoriscono l’uso di equivalenti italiani nell’accezione comune, come elemento di distinzione.

Un caso singolare è rappresentato dal termine directory, che potrebbe avere ottimi equivalenti in catalogo, guida e indice, ma che —nonostante lo scarso contrasto operato da forme come indirizzario e direttorio— ha finito per imporsi nell’uso come prestito integrale di genere femminile. È curioso invece notare come la forma subdirectory, composta con il prefisso sub- (d’uso comune nella lingua italiana), sia rimasta inalterata fino a pochi anni fa, quando si è introdotta nel parlato e poi nello scritto la forma ibrida sottodirectory, attestata nel Manuale dell’utente Microsoft MS-DOS versione 6.0 (1993) e nella versione italiana del Microsoft Press Computer Dictionary (Microsoft Press 1994).

In un’opera del 1972, Ivan Klajn sosteneva che "la maggioranza dei prestiti antichi veniva adattata appena entrata nella lingua ricevente, mentre quelli moderni non mostrano nemmeno una tendenza a modificarsi" (Klajn 1972, p. 43). La prima parte dell’affermazione è storicamente condivisibile : si pensi a una parola d’uso quotidiano come bistecca, che ha subito un’assimilazione tanto profonda da celare ai più la forma originaria inglese da cui deriva, beefsteak (composto di beef « manzo » e steak "fetta [di carne]") ; ma anche sport, tunnel, film mostrano un forte grado di assimilazione, che si manifesta attraverso l’adattamento fonetico e la perdita del plurale. Per quanto riguarda la seconda parte, invece, occorre tenere conto di quanto siano mutate le consuetudini nello scenario internazionale. La sempre più intensa circolazione e diffusione di informazioni ha prodotto un’attenzione più consapevole e un rispetto maggiore per le altre espressioni linguistiche, rendendo più lungo e laborioso il processo di assimilazione.

Da una rilevazione [8] condotta sulle annate 1980-1992 della rivista "Micro & personal computer" (Roma, Gruppo editoriale Suono), destinata alla divulgazione amatoriale, si è registrato che fino al 1984 i prestiti conservavano la marca del plurale (bits, files, drives, floppy disks), per poi eliminarla gradualmente nel volgere di pochi anni. È da sottolineare che un periodico scientifico, la "Rivista di informatica" dell’Associazione italiana per il calcolo automatico (AICA), avvertiva in quegli stessi anni la necessità di evidenziare tipograficamente (con l’uso del grassetto o delle virgolette) la ridefinizione semantica di alcuni termini italiani, quali indirizzare e finestre (XVII, n. 3, luglio-settembre 1987, p. 253).

Per quanto attiene poi alla realizzazione fonetica, per la quale non è stata ancora compiuta un’indagine esauriente, si registra una notevole oscillazione legata agli ambienti di lavoro e agli strati sociali. D’altra parte, Luca Serianni ha osservato come "una pronuncia ’troppo perfetta’ dell’anglicismo in un contesto italiano possa risultare affettata o pedantesca" (Serianni 1987, p. viii).

Così, per esempio, computer (seguo la trascrizione fonetica semplificata proposta da VLI Treccani) e monitor , che peraltro hanno dato luogo anche alla formazione di derivati come computerizzare (v.tr.) e computerizzazione (s.f.), o monitorare (v.tr.) e monitoraggio (s.m.), tendono a subire una progressiva italianizzazione della pronuncia, con esiti del tipo e . La sorte è condivisa, sia pure in maniera disuguale, da molti altri prestiti, come buffer, cluster, driver e record, editor, linker, server, a testimoniare il grado di reattività dei parlanti italiani. Ancora una volta si evidenziano directory, e le forme connesse subdirectory e sottodirectory, che tendono a una realizzazione fonetica sempre più italianizzata, con una crescente assimilazione di -ct- in -tt-.

Riferendosi alla "lingua di comunicazione, usata nei laboratori e nelle officine, nelle istruzioni per l’uso, nella presentazione commerciale, nella divulgazione", Giovanni Nencioni notava come la terminologia inglese dell’informatica venisse in qualche modo "aggredita dalla forza assimilatrice dell’italiano, che ne trae softuerista, harduerista, formattare, ecc." e concludeva : "Tale aggressività dell’italiano è buona garanzia della sua conservazione strutturale" (Nencioni 1994, pp. 7, 8).

Nella maggior parte dei casi, infatti, l’italianizzazione dei prestiti integrali si ottiene attraverso il meccanismo della suffissazione. Le forme più diffuse sono costruite con i suffissi di uso più frequente nella lingua italiana : -are e -izzare per le forme verbali (cliccare, settare, resettare, digitalizzare, scannerizzare) ; -aggio e -izzazione per quelle nominali (settaggio, inizializzazione) ; -abile e -izzabile per le forme aggettivali (formattabile, randomizzabile). È tuttavia da sottolineare come queste forme derivate siano ancora attestate quasi esclusivamente nel parlato, dove si registrano fenomeni talvolta anche vistosi come backuppare ("fare una copia di salvataggio"), per il quale ritengo molto probabile che si possa giungere, forse nel giro di qualche anno, a una trasformazione nella forma grafica becappare.

Manifestazioni più significative del grado di assimilazione dei prestiti inglesi si hanno con forme di nuovo conio come faxare (v.tr.), derivato di fax (abbreviazione d’uso molto comune di telefax), con il significato di "trasmettere mediante un apparecchio telefax". Un caso sorprendente è rappresentato da accatiemmellista, sostantivo formato sulla base dell’acronimo HTML (linguaggio di marcatura degli ipertesti) con l’aggiunta del suffisso -ista, per indicare l’esperto nella predisposizione di documenti destinati a Internet [9].

Sulla base di queste osservazioni non mi sento di condividere pienamente l’opinione di quanti sostengono una certa passività dell’italiano nei confronti della lingua egemone. Preferirei parlare piuttosto di una sorta di ‘eclettismo’ che —nonostante trovi la sua prima ragion d’essere in una pur comprensibile forma di snobismo tecnologico [10], quasi a sottolineare il divario che separa l’emergente cultura informatica dall’analfabetismo computazionale— necessita tuttavia di rimedi correttivi. E duole notare ancora una volta che ignorare le conseguenze che queste forme di disordine linguistico possono comportare equivale soltanto ad aggravare la naturale progressione del fenomeno.

Nota bibliografica

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Giovanni Adamo (a cura di), Lexicon philosophicum. Quaderni di terminologia filosofica e storia delle idee. 7-1994. Ricerca e terminologia tecnico-scientifica : Atti della giornata di studio (Roma, 27 novembre 1992), (Lessico Intellettuale Europeo, 65), Firenze, Leo S. Olschki, viii-174 p., ISBN 888-222-4222-X, ISSN 1120-2904
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[1] Ne sono indici la frammentazione dei settori di interesse e l’oscillazione nel denominare l’oggetto stesso dello studio. Si registrano infatti le espressioni : "linguaggi settoriali", "linguaggi speciali", "linguaggi scientifici", "linguaggi della scienza e della tecnica" e, con accezione diversificata, "linguaggi specialistici". Questi ultimi sono definiti : "sottosistemi che pur presentando notevoli scarti dalla lingua comune non raggiungono il grado di ridefinizione del linguaggio scientifico", Porro 19834, p. 197.

[2] Cfr. Beccaria 19834, pp. 9 e 11. Sul ruolo delle scienze nel processo terminologico, Bernard Quemada ha affermato : "Les sciences dures nous ont appris à associer effort terminologique et renouveau du savoir (une science est bien d’abord une terminologie)" ; la frase è riportata in epigrafe all’indice di un numero speciale della rivista "Meta", 39 (1994) 4, intitolato Termes et textes e dedicato appunto a Bernard Quemada.

[3] Traggo spunto, per denominare questo processo, dall’aneddoto riportato da Marzio Porro a proposito dell’opera Idioma gentile, pubblicata da Edmondo De Amicis nel 1905 : "In un capitoletto sotto forma di dialogo, dal significativo titolo A chi le dice peggio, l’autore introduce studiosi e professionisti che fanno a gara nel servirsi di termini tecnico-scientifici in contesti linguistici usuali o, in ogni caso, non pertinenti. Già nel 1905 dunque il fenomeno aveva assunto dimensioni così rilevanti da suscitare lo sdegno del manzoniano e purista De Amicis. Il fenomeno secondo un interlocutore del dialogo è l’’effetto del polarizzarsi di tutte le idee verso la scienza’. De Amicis, naturalmente sottolinea come errore quel polarizzarsi, inserendolo tra quelle ’locuzioni barbare, errate, strampalate, torte ad altro significato dal vero, che pullulano nel comune linguaggio parlato e scritto’", Porro 19834, p. 184.

[4] Si pensi al régiolecte technique à polarisation territoriale, di cui parlava Pierre Auger, considerando le implicazioni della terminologia presso alcune comunità sociali : Auger 1994, p. 48. Il problema riguarda soprattutto gli ambiti linguistici a diffusione intercontinentale, nei quali si va affermando la tendenza all’uso di varianti linguistiche regionali. Ritengo che, per analogia, si possa parlare di "polarizzazione disciplinare o settoriale" a proposito di quei fenomeni di divaricazione terminologica che si riscontrano tra tecnici o scienziati del medesimo settore disciplinare ; cfr. Depecker 1994.

[5] Il corsivo è mio, così come la traduzione dall’inglese. Per una comprensione più agevole, il concetto di "pianificazione" può essere ritenuto equivalente a quello di "progettazione". Un approfondimento di questo concetto si trova in Cabré 1993, p. 108 : "La normalizzazione di una lingua deve consistere in un processo pianificato che parta da una situazione esplicita, che si proponga alcuni obiettivi concreti da perseguire in un periodo di tempo determinato, che si basi su canali di diffusione e su risorse di ’disseminazione’ adeguate e che disponga di una legislazione che favorisca questo processo di scambio".

[6] Dell’imponente attività di normalizzazione terminologica condotta dall’Ente Nazionale Italiano di Unificazione (UNI) e dal Comitato Elettrotecnico Italiano (CEI), mi preme segnalare una norma di recentissima pubblicazione (UNI 10574 : 1996) concernente la Definizione dei servizi e delle attività delle imprese di traduzione ed interpretariato e l’ormai imminente pubblicazione dell’attesa versione italiana della Norma ISO 1087 Terminology - Vocabulary, elaborata dalla Sottocomissione UNI/DIAM 3 presieduta da Claudia Rosa Pucci. Sull’elaborazione delle norme italiane si vedano Jannuzzi 1987 e Rosa Pucci 1995a. In sede di attività legislativa, è da segnalare la Legge 10 aprile 1991 n. 126, Norme per l’informazione del consumatore, che impone l’obbligo a coloro che commercializzano prodotti sul territorio nazionale di riportare in lingua italiana indicazioni chiaramente visibili e leggibili.

[7] Cfr. anche : Gianni 1994, Marri 1994, Russo 1995.

[8] Cfr. Lanzarone 1994-’95.

[9] Io stesso ho fornito due attestazioni di questo termine al collega Michele A. Cortelazzo : la prima è contenuta in un annuncio pubblicitario apparso sulla quarta pagina di copertina del periodico divulgativo "Internet news", aprile 1995, anno I, n. 2 ; la seconda compare in un articolo di Daniela Mattalia sulle professioni del futuro, pubblicato dalla rivista "Panorama" del 27 luglio 1995, p. 96. V. Cortelazzo 1996.

[10] Vi è anche chi sostiene che il linguaggio tecnologico, come supporto linguistico di una tenace e raffinata oppressione, abbia preso il posto del latinorum di manzoniana memoria : Porro 19834, p. 201.